Equidistanze

Bulgaria 2005

Dal Friuli al Mar Nero

Riportiamo qui di seguito le nostre corrispondenze di viaggio che sono state pubblicate durante l'estate dal settimanale IL NUOVO FVG:

Partenza da Premariacco

"Ci mettiamo in cammino d'estate/ alzando polvere lungo la strada" - questi versi di un poeta russo ben si adattano al nostro viaggio a cavallo che si svolge quasi esclusivamente lungo percorsi non asfaltati, strade bianche, strade d'erba, mulattiere e sentieri cercati con fatica sulle carte topografiche.

L'itinerario del nostro viaggio

I nostri due compagni di viaggio sono Sebiba, 17 anni, cavalla mezzosangue arabo nata a Premariacco, e Terek, 13 anni, anglo-arabo-sardo nato a Pozzomaggiore in provincia di Sassari. Come al solito viaggiamo in perfetta autonomia, portando con noi sulle selle tutto il necessario: non solo tenda, sacco a pelo, ferri di scorta, piccola farmacia, coperte e impermeabili per i cavalli, ma quest'anno, per la prima volta, un piccolo recinto elettrico portatile (del peso di 1,5 kg) che dovrebbe renderci ancora più autosufficienti per la sistemazione notturna dei cavalli.

A Prepotto, appena partiti

La Slovenia in diagonale

Siamo partiti da casa il 10 luglio, domenica, e la sera stessa eravamo già in Slovenia, accampati sulla riva dell'Isonzo, a Plave.

L'Isonzo a Plave

Per attraversare la Slovenia in diagonale, secondo un itinerario già collaudato in passato, abbiamo impiegato esattamente 12 giorni: i boschi della Selva di Tarnova, le colline intorno a Lubiana, la valle della Savinia, fino a raggiungere la Drava a Ptuj.

A Medvedje Brdo

Si tratta di un itinerario diretto che ricalca il percorso della strada romana che da Aquileia portava in Pannonia attraverso Emona (Lubiana), Celeium (Celje) e Poetovium (Ptuj). Per noi è un'occasione per rivedere le tante persone conosciute casualmente nei viaggi precedenti e ormai diventate amiche, ma mentre procediamo scopriamo che questa è davvero la strada per l'Oriente, perché anche altri (molto pochi) viaggiatori a cavallo del Nord Europa, oltre ai nostri amici gallesi diretti in Giordania, sono passati proprio di qui. E' vero che le strade più dirette si sono ormai trasformate in autostrade e ferrovie, ma resta il piacere di cercare un percorso parallelo su un argine o una stradina campestre a poca distanza, pensando di essere su una via nota da migliaia di anni.

Uno dei kozolec più belli

Una caratteristica del paesaggio sloveno sono i kozolec, grandi fienili costruiti completamente in legno con un ingegnoso sistema ad incastri senza l'uso di chiodi o di viti. Le loro pareti sono costituite da rastrelliere su cui viene messo ad asciugare il fieno, mentre sulle due facciate si sbizzarrrisce la fantasia del costruttore con un gioco di motivi e di incastri che creano disegni sempre nuovi. Ogni elemento oltre a svolgere una funzione strutturale è pensato in modo da produrre anche un effetto estetico, l'insieme è una costruzione armoniosa che si inserisce perfettamente nel paesaggio.

I giardini del luppolo

A Est di Lubiana cominciano anche i "giardini del luppolo": quasi nessuno sa che il rustico rampicante da noi chiamato "urtizon" e tanto amato nelle frittate e nei risotti altro non è che la pianta del luppolo, ingrediente essenziale della birra.

La Savinia poco prima di Celje

In Slovenia vive una seconda vita più nobile: fatto arrampicare su lunghi fili fino a 5 metri dal suolo - come se fosse nell'orto di un gigante - crea grandi cortine verdi ed è un simbolo della regione della Dolenjska che gli dedica dipinti, insegne e vere e proprie "case del luppolo".

A Celje arriviamo per così dire dalla porta di servizio, sull'argine della Savinia, un fiume che scorre cristallino seminascosto tra i salici. Poi un grande viale di platani, sempre più affollato: mamme con i pargoli, ragazzini in bici, pensionati a passeggio. Ti guardano stupiti e divertiti, ti salutano, ti sorridono. Due cavalli bardati e affardellati di tutto punto non sono proprio un'apparizione quotidiana, e il nostro abbigliamento da viaggio contrasta con i loro leggeri e spesso succinti abiti estivi. Ci passano accanto sfrecciando bambine sui pattini, e vediamo persino una mamma (?) più sportiva delle altre che spinge così il marmocchio in carrozzina.

Peccato che il lungo-Savinia di Celje, così verde e cordiale, prometta più di quanto poi la città mantenga. A parte qualche palazzetto ottocentesco dalle forme curiose, la cosa più affascinante della città è secondo noi una grande fontana a semisfera che emerge dal lastricato di una piazza: l'acqua che di continuo scende giù con un movimento a piccole onde leggere ricorda quella del fiume lì vicino e a fissarla ha un leggero effetto ipnotico.

Oltre Celje ci inoltriamo in una zona di dolci colline con campi di mais e di orzo che si alternano a frutteti e boschetti. Il paesaggio è idilliaco e variato, con tutte le sfumature del verde.

Dolci colline

Luna piena sulla Drava

Martedì 19 luglio arriviamo a Ptuj giusto in tempo per goderci il tramonto sulla Drava e il sorgere della luna piena in un cielo lilla.

Tramonto sulla Drava

Il centro storico compatto sull'altra riva del fiume staglia contro il cielo la sagoma del castello in cima alla collina e un campanile a doppia cipolla dalle forme sinuose. Al maneggio di Slavko Strelec siamo coinvolti in una festa all'inizio un po' misteriosa. Davanti a una tavola riccamente imbandita si raduna man mano una compagnia esclusivamente maschile. Quando viene dato il via alle libagioni capiamo che il festeggiato è un neo-papà che viene per così dire battezzato innumerevoli volte, con vino e con acqua, versatigli senza pietà sulla testa, sulla schiena e nei pantaloni. "Per fortuna fa caldo" - pensiamo, e il battesimo è in parte una piacevole doccia. Il protagonista - con una vistosa benda sulla fronte a mo' di samurai che copre un taglio causato dall'aver battuto la testa contro un bicchiere durante un brindisi - viene amorevolmente accudito da alcuni compari che gli passano asciugamani e magliette di ricambio…per poi continuare il gioco con rinnovato piacere. Questo singolare rito della fertilità sembra tanto un tentativo della comunità maschile di allontanare la sempre presente ma mai nominata realtà del "pater semper incertus est" rafforzando il proprio autoconvincimento di essere la parte più importante nella procreazione.

La nostra tenda a Ptuj

Gli ultimi due giorni sloveni li passiamo nel Prekmurje, regione estrema al confine con Croazia e Ungheria. I primi nidi di cicogne annunciano l'avvicinarsi delle terre pannoniche. Il paesaggio è più pianeggiante e nell'architettura si sente già l'influenza ungherese.

Giovedì 21 luglio verso le 18 passiamo con gran soddisfazione e senza alcuna formalità burocratica (a parte mostrare la carta d´identità) quel confine sloveno-ungherese che nel passato ci aveva procurato tante difficoltà.

Il confine ungherese a Redics

Ora i poliziotti delle due nazioni convivono sotto lo stesso tetto e il cubo della dogana ungherese se ne sta abbandonato e polveroso.

In terra magiara

Siamo in terra magiara, paese dai vasti orizzonti e dalla lingua indecifrabile. Piccolo esempio: "jo reggelt - jo napot - jo estet" sono rispettivamente buon mattino, buon giorno e buona sera, per brindare si dice "eghesceghedra" e "arrivederci" è "viszontlatasra" (per fortuna abbreviato in "vislat").

Vanno dappertutto le Trabantine...

Viaggiando sempre nelle campagne ed evitando accuratamente ogni posto turistico la comunicazione presenta spesso difficoltà quasi insormontabili. I magiari sono timidi e non attaccano facilmente bottone di loro iniziativa, tanto meno con due personaggi dall'aspetto strano e insolito ed evidentemente stranieri. Ma basta avere un po' di pazienza per scoprire un'ospitalità sincera anche se ruvida ed essenziale.

Bivacco a Szentpeterfolde

Un buon esempio è il piccolissimo paese di Szentpeterfolde dove giungiamo verso le sette di sera di una giornata grigia e piovosa. Sfiliamo tra le case in apparenza deserte, non ci sono nemmeno i cani che abbaiano, ma la presenza di spazi erbosi ci rassicura sulla possibiltà di sistemare i cavalli per la notte. Ma a chi chiedere informazioni? Il negozietto di alimentari è chiuso, nella minuscola osteria ci sono solo due avventori alle prese con l'ennesima birra e il barista dagli occhiali spessi come fondi di bottiglia scuote la testa a ogni tentativo di comunicare. Ma con la pazienza che abbiamo imparato ad avere in molte occasioni simili vissute in passato la situazione si sblocca: uno degli avventori si alza e va a chiamare un compaesano che parla un po' di tedesco. Questo si rivolge al vice-capovillaggio e in breve riusciamo a sistemare recinto elettrico per i cavalli e tenda in un piccolo prato dietro la ex scuola-ricreatorio. Vocabolarietto alla mano, riusciamo anche a comprare 15 chili di zob (avena) per i cavalli. Nel negozietto miracolosamente riapertosi riusciamo poi a comprare anche qualcosa per la nostra cena. In breve diventiamo l'attrazione principale per i ragazzini del paese riuniti nel ricreatorio per una festicciola: trascurando la musica, prima timidamente e poi con maggior coraggio si fanno avanti, incuriositi dai cavalli, ma mai azzardandosi a pronunciare qualche parola che non sia ungherese. Dopo un paio di ore, alla fine della festa, li vediamo riunirsi in un gruppetto e confabulare fittamente: quando si allontanano nell'aria risuona un gioioso "Aufwiedersehen!".

2-Terre pannoniche

Deliblato, 11/08/2005. Scrivo seduta sui gradini della casa di Hannelore e Dusko Jeftic, in un piccolo paese della Serbia, circa 50 km a est di Belgrado. Il prato verde declina leggermente verso un laghetto idilliaco, contornato da morbide colline coltivate a vigneto, mais, erba medica,le rive coperte da altre erbe palustri. Accanto a me Dario sta ferrando i nostri cavalli, dopo circa 1000 km di viaggio. Ormai l'Ungheria è lontana alle nostre spalle e devo fare mente locale per ricordare le giornate trascorse.

Campo di girasoli

Dal 27 luglio, quando abbiamo lasciato Marcali, poco a Sud del Balaton, abbiamo impiegato 9 giorni per attraversare tutta l'Ungheria del Sud e arrivare al confine con la Serbia.

Al confine serbo di Horgos

Sono stati i giorni più caldi di quest'estate 2005, quelli in cui ci siamo veramente sentiti cuocere a fuoco lento nella padella pannonica, eppure abbiamo continuato la nostra marcia a una media di 40 km al giorno circa.

Fiori dappertutto

Per riassumere l'Ungheria potremmo usare due aggettivi: fiorita e spaziosa. Le due caratteristiche sono strettamente legate una all'altra perché i giardini si estendono oltre i recinti delle case, occupano spazi che da noi sono cementati o asfaltati e i fiori si spandono per ogni dove in una allegra e disordinata evasione.

Fiori dappertutto

Fiori dappertutto: gerani sulle finestre e perfino sui pali della luce, aiuole di petunie e di gladioli, portafiori di metallo simili a fontanelle zampillanti che sorreggono vasi sospesi e poi vialetti di rose o di ibisco bianchi e viola. Ogni minimo spazio è coltivato: tra le case e l'asfalto della strada vi è sempre su entrambi i lati una larga fascia verde con alberi da frutto (di solito susini) e il prato è rigorosamente liscio e rasato come una moquette. le case nei paesi sono principalmente di due tipi: quelle “quadrate” e quelle “rettangolari” lunghe e strette, con il lato corto sul frontestrada.

Una casa "quadrata"

Tutte a un piano solo, sembrano molto piccole, quasi case di bambole, ma nell'andare lento della cavalcata lo sguardo scivola oltre i cancelli lungo i muri e scopre che le case si allungano oltre il frontestrada con un porticato a colonnine e continuano in un susseguirsi di edifici più rustici accorpati o addossati uno accanto all'altro: sono stalle, rimesse, fienili, porcili, pollai.

Un'altra casa...

Le case che io chiamo “quadrate” presentano al passante due finestre che sono come due occhi, in cui le tapparelle sono le palpebre più o meno abbassate e hanno un aspetto proprio buffo. Se ne possono ammirare i colori graziosi e sempre diversi, come se gli abitanti si fossero messi d'accordo per variare le sfumature della via: grigio, giallino, rosa, marrone, ma anche azzurro intenso, lilla, verde smeraldo.

...e un'altra ancora!

Spesso le finestre sono riquadrate con un colore diverso e vari motivi geometrici come linee spezzate, greche, rombi,movimentano le facciate. Ma non tutti i paesi ungheresi sono uguali, ce ne sono alcuni vistosamente (e per noi stranieri inspiegabilmente) più ben curati, lisciati e agghindati e altri invece più malridotti e trasandati. E nelle periferie quasi sempre ci sono le case poverissime degli zingari. Un'insegnante ungherese ci ha detto di avere circa il 10% di alunni zingari e che si stanno attuando programmi molti validi per garantire loro di completare gli studi e di avere migliori chances per il futuro. L'Ungheria è da poco nell'Ue: alle nostre domande su che cosa è cambiato quasi tutti rispondono “nulla”, ma il tasso di gradimento non è molto alto, specie nelle campagne dove i piccoli contadini sono sempre più in difficoltà e i giovani abbandonano i paesi per trasferirsi in città (Budapest da sola con 2 milioni di abitanti concentra metà dell'intera popolazione).

Architettura tipica

Come un mare increspato

Noi in effetti dell'Ungheria abbiamo visto unicamente la dimensione rurale e l'aspetto paesaggistico.

Anche qui l'aggettivo “spazioso”, anzi “vasto” è il più adatto: attraversare questo territorio da ovest a est stando sempre su piccole strade di campagna è come navigare su un mare increspato da larghe onde regolari, è un continuo costeggiare su e giù immensi campi di mais o di girasoli che durano per colline intere.

I campi si alternano ai boschi, così si ha la sensazione di un orizzonte sconfinato.

Ancora girasoli

Ma anche il cavallo ha un suo rollio e beccheggio che lo rende simile a una barca e dopo un po', andando al passo, ti culla così tanto che il rischio di addormentarsi in sella non è per nulla remoto.

Il giorno 29 luglio, con 38 gradi all'ombra, facciamo sosta dagli amici di Felsonana, un piccolo paese vicino a Szekszard. Ci siamo conosciuti nel 2001: quella volta il sig. Lajos Nemesvari (per gli amici Lozi) ci aveva intercettati mentre passavamo per strada in un paese vicino e senza esitare ci aveva offerto ospitalità a casa sua per noi e per i cavalli.

Gruppo di famiglie a Felsonana

Torniamo da lui con grande gioia e siamo felici di constatare che in questi 4 anni nulla è cambiato:infatti in un gruppo di case a schiera nel centro del paese si è formata una comunità di 4 famiglie, 15 persone in tutto, che si ritrovano nel grande e indiviso giardino sul retro per condividere molti momenti della vita quotidiana. In questo caso il nostro arrivo ha dato occasione di festa e su una grande tavola si allineano zuppiere e vassoi colmi di cibi deliziosi. Si inizia brindando con Palinka (acquavite di albicocche) e come dessert sono molto gettonate pannocchie lessate e anguria. Peter Fabian ha 23 anni, è laureato in economia ed è l'anima multilingue della comunità. è un traduttore instancabile e senza di lui la conversazione della serata sarebbe sì gioisoa ma inevitabilmente superficiale, così tra un manicaretto e l'altro riusciamo anche a discutere del tenore di vita in Ungheria e delle aspettative per il futuro.

Un popolo pacifico

“L'Ungheria ora è una nazione piccola, ma al di fuori dei nostri confini, in Serbia, Romania, Slovenia, Ucraina e Slovacchia, vivono altrettanti ungheresi che alla fine della Prima Guerra Mondiale si sono trovati divisi dalla madre patria – dice Peter -”. Peter è orgoglioso del fatto che nonostante questo gli ungheresi siano un popolo pacifico e non abbiano rivendicazioni territoriali. Apprendiamo che 3 delle 4 famiglie sono Szekler, gruppo etnico di antiche origini che nel 1764 a causa di un atto di insubordinazione, l'imperatrice Maria Teresa aveva costretto all'esilio nelle terre estreme della Bucovina (attuale Romania). Dopo la II° Guerra Mondiale gli abitanti Szekler dei 7 villaggi rumeni sono stati costretti a tornare in Ungheria, dove hanno occupato le case degli svevi (antichi coloni tedeschi), a loro volta costretti ad andarsene e a tornare in Germania. “Ma alla fine questa si è rivelata una fortuna – conclude Peter - perché ora sarebbe molto duro essere ungheresi in Romania”.

Il viaggiare verso est è segnato come sempre da un punto obbligato, il passaggio del Danubio.

Passaggio del Danubio

Purtroppo il nuovo ponte di Szekszard ha segnato la morte del vecchio e lento traghetto di Dombori che aveva un suo fascino particolare. Ora solo cemento, asfalto e un guard-rail verniciato di blu e sotto di noi per 1 km l'acqua scura e per nulla attraente del grande fiume.

Giovedì 4 agosto il tempo cambia e con la prima pioggia si verifica un brusco abbassamento della temperatura, che per noi è provvidenziale, ma drastico da 38 a 18 gradi, e 11 di notte! Passiamo il confine ungherese-serbo a Horgos, per fortuna senza troppe lungaggini burocratiche.

“E' la terra pannonica!”

La prima sera, campeggiando accanto all'argine del Tibisco sotto la pioggia, le scarpe si rivestono in pochi passi di 5 cm di fango scuro, compatto, che si toglie solo con il coltello.

Bivacco sul Tibisco

“E' la terra pannonica, sai” mi dice il nostro angelo custode Dusan, comparso quasi dal nulla a Kanisa a una svolta della strada assieme alla figlia Daniza. La ragazzina dodicenne va matta per i cavalli, così il papà, dopo aver cercato inutilmente di convincerci a parcheggiare Sebiba e Terek nel suo garage per la notte (cosa possibile ma di non facile esecuzione) a malincuore si rassegna a lasciarci piantare la tenda, ma vuole accudirci in tutto e per tutto riempiendoci di viveri squisiti e portandoci un sacco di avena per i cavalli. Daniza parla perfettamente serbo ungherese e inglese, prossima tappa l'italiano. “Il futuro è di chi sa le lingue”, dice suo padre. E il mattino successivo Dusan è sull'argine con yogurt e fragranti brioches per augurarci buon viaggio.

Vojvodina, terra tra i fiumi, terra piatta, ultimo territorio della ex Jugoslavia dove – almeno in apparenza – varie etnie convivono: magiari, rumeni e i Lale, popolazione autoctona di lingua serba.

Terra tra le acque

Per noi significa una lunghissima cavalcata, in direzione sud-sudest, cercando di evitare tutte le città e seguendo la linea più diretta possibile che ci porti all'unico ponte sul Danubio esistente a est di Belgrado, quello di Smederevo.

Orizzonti sconfinati

Non è tanto la campagna sconfinata a impressionare quanto la mancanza di alberi: gli unici sono i susini e i noci nelle cittadine, e i salici che costeggiano i grandi fiumi, il Tisza (Tibisco) e il Tamis.

Sul Tibisco

In questo orizzonte piatto si stagliano, visibili da lontanissimo, enormi silos. Alti e grigi, hanno un aspetto minaccioso massicci come centrali nucleari o sormontati da tetti aguzzi come manieri di Mordor, ma sono certo colmi di pacifiche granaglie. è lì che si dirigono i trattori con i rimorchi strapieni di frumento che lasciano una scia commestibile per strada.

Sosta di mezzogiorno

Certo i cereali qui non mancano, e così ne approfittiamo per “pompare” i nostri destrieri con zob (avena) e kukurus (mais) perché è ancora lungo il viaggio che dovranno affrontare.

3- Profonda Serbia

Kalotina, 25 agosto 2005. Il caso vuole che a scrivere mi trovi di nuovo sulle rive di un lago, ma stavolta sono in Bulgaria, appena oltre il confine, e il lago è formato dalle acque della Nisava, affluente della Morava e a sua volta del Danubio. Il posto, assai grazioso, è stato creato per la cosiddetta pesca sportiva, ed è dotato di alcuni chalet e di un ristorantino: dopo tanti bivacchi, una vera manna dal cielo. Un bel cartello indica “vietato ai cani”, ma i silenziosi e discretissimi ospiti del luogo di cani ne hanno parecchi e così nessuno sembra essere sconvolto dal fatto che pure i nostri due cavalli se ne stiano qui, sotto un bel noce, anche se a debita distanza dal recinto elettrico.

Prime colline in Serbia

è troppo presto per dire alcunché della Bulgaria mentre si è appena concluso il nostro passaggio in Serbia. Sono stati 20 giorni caratterizzati da due mondi opposti: prima la Vojvodina, terra piatta di grandi fiumi, di cui abbiamo già raccontato, e poi al di là del Danubio la Serbia vera e propria, la valle della Morava, monasteri, colline, montagne, angoli sconosciuti.

Bivacco in Serbia

Il nostro itinerario si è svolto con una costante direzione sud-sudest, sempre su stradine secondarie e prive di traffico, stando più o meno paralleli al grande asse di scorrimento Belgrado-Cuprija-Niš-Pirot-Dimitrovgrad.

Una sosta all'ombra

Il territorio man mano che si procede verso sud da collinoso si fa più montagnoso, con altopiani ampi e semi disabitati che contrastano con il “paese continuo” della valle della Morava.

Incontri consueti

“Nessuno ci conosce”

“Nessuno conosce la Serbia”, dice Peter Handke nel suo “Viaggio d'Inverno”. E' vero, anche noi lo possiamo confermare, mentre sono tantissimi i serbi che conoscono l'Europa e si preoccupano assai di come il loro paese viene presentato agli occhi occidentali. Questo nei discorsi è un leit-motiv ricorrente: “noi non siamo così cattivi come gli altri ci descrivono”. Con le persone che vivono all'estero e sono qui per le ferie estive è molto più facile parlare sia perché sono meno timidi nell'approccio sia perché di solito conoscono qualche lingua occidentale. Nella valle della Morava sembra di essere in provincia di Vicenza tante sono le auto con questa targa: ben presto scopriamo che almeno cento persone lavorano ad Azzignano e a Thiene, e in particolare nelle acciaierie.

Una sosta al bar

Durante il nostro lento passaggio nel lunghissimo paese sgranato lungo la strada si sparge subito la voce che siamo italiani: ci salutano in italiano, ci fermano, ci invitano a bere il caffè (“aide pije kafu”). In una casa è in corso una riunione di famiglia per commemorare un defunto 40 giorni dopo il funerale: non veniamo invitati a entrare nel cortile ma i dolci e le bibite ci vengono portati fuori sulla strada. Così, mentre i cavalli pascolano sull'ampio bordo erboso, senza fretta si chiacchiera in un improbabile italo-serbo e tutti i conoscenti di passaggio vengono presentati e invitati a scambiare due parole con noi. Chi lavora in Italia ed è già in regola quasi sempre ci dice di non voler più tornare a casa, per lo meno non a breve termine.

Terek accanto a T Rex, un camion mostruoso dal nome azzeccato

Un paese sprofondato

La Serbia è in condizioni economiche disastrose, è un paese “sprofondato” – per citare ancora Handke – e tutti pensano che una ripresa, se avverrà, avrà bisogno di tanti tanti anni. Per noi di passaggio la vita costa poco, anzi pochissimo, ma qui chi ha un lavoro veramente buono prende solo 300 euro al mese, un operaio in media 150 e un pensionato 70-80, così rapportati agli stipendi serbi quei 2-3 euro che spendiamo per comprarci qualche genere alimentare sono davvero tanti. Il cibo se Dio vuole non manca quasi a nessuno: in questa terra nera e senza sassi cresce di tutto, basta seminare. Riflettiamo sul fatto che quello che 50 anni fa ovunque sarebbe stato considerato benessere (terra fertile da coltivare e abbondanza di cibo) si è ora trasformato in uno stato di povertà, perché mancano i soldi con cui comprare il superfluo.

Ogni casa ha il suo orto con pomodori, peperoni, cavoli, patate, carote, cipolle, fagioli. Ogni casa ha un'aia con galline, tacchini e oche (che spesso invadono le strade starnazzando) e poi maiali, pecore, capre e se possibile una o due mucche. Quando veniamo invitati in qualche casa i sapori sono deliziosi e talvolta dimenticati come quelli delle minestre più o meno dense con verdure e pastina. Poi pomodori a volontà, e croccanti peperoni di un colore verde-giallino che si sbocconcellano così, come fossero pezzi di pane.

Anche il formaggio viene fatto in casa ed è bianco e delicato come la ricotta, oppure è più salato e friabile come il feta. Ma tutte questa delizie come è ovvio non si possono comperare in negozio, perché nessuno vende quello che tutti già possiedono a casa loro: così nei negozietti dei paesi, come da noi 50 anni fa, si trovano biscotti e saponette, cioccolata , chiodi e candele, ma non frutta né verdura né formaggio cosicchè noi viaggiatori a cavallo spesso siamo costretti a cibarci di scatolette.

Quando c'era Tito...

Sono generosi, i serbi – nonostante ben conoscano il nostro diverso tenore di vita e il potere d'acquisto dell'euro, non ci hanno quasi mai chiesto niente per il cibo dei cavalli e siamo stati invitati spessissimo a pranzo o a cena, e ci hanno regalato cibo e bevande. Forse potevano stare loro bene, quei 200 o 300 dinari per il fieno o il granturco dei cavalli, eppure non li hanno voluti, anche se noi insistevamo per pagare.

Ospitalità serba

Oggi chi è così fortunato da aver mantenuto un posto di lavoro deve arrangiarsi a sbarcare il lunario anche coltivando la terra, e se vive in città la vita è sicuramente più dura. Tutta la terra è privata e nella Serbia del sud è frazionata (a differenza che nella Vojvodina) in una miriade di campetti che contribuiscono a movimentare il paesaggio ma certo non danno grande reddito. Non di rado abbiamo incontrato persone che rimpiangevano il periodo di Tito e del passaporto rosso “con cui si poteva andare dove si voleva, anche in Australia”. E abbiamo anche visto la foto di Tito in molte case. Tutti sono d'accordo nel dire che “le cose vanno male per colpa dei politici corrotti che pensano solo a riempirsi le tasche”, che la “politica è una cosa sporca e che le persone comuni invece sono buone”. Purtroppo la mia conoscenza troppo superficiale del serbo mi ha impedito di affrontare argomenti scabrosi come la guerra.

Alla fiera dell'Est...

Sabato 19 agosto capitiamo per caso a una grande fiera a Soko Banja, cittadina termale 30 km a nord di Nis. è oriente, come dice Paolo Rumiz. Non è tanto la grande “Santa Caterina” serba a incuriosirci (le bancarelle disposte a ellisse sull'enorme spazio erboso non sono poi dissimili da quelle delle nostre fiere, imbonitori e venditori di padelle magiche compresi), quanto il mercato del bestiame e l'asta-concorso delle mucche - dove, attrazione delle attrazioni, ci filma anche la tv locale.

Per tutta la mattina sulla strada c'era stato un vivace traffico di carri con mucche e cavalli, nonché di trattori recanti in una specie di gabbietta-rimorchio pecore, capre e maiali; talvolta nella gabbia sono sedute su dei seggiolini persone vestite a festa. Peccato che oltre all'apparenza pittoresca gli animali siano tenuti male, nonostante il loro indubbio valore economico.

Ma che cosa ci fanno lì nel centro del prato quei due strani individui con due cavalli bardato e affardellati di tutto punto? Li vogliono vendere, no? Niente di più ovvio. E così ci troviamo al centro dell'attenzione e dobbiamo spiegare a tutti che “ne, ne prodajemo konje” (non vendiamo i cavalli) e poi che veniamo dall'Italia e che per noi questo è soltanto un “hobi” (hobby). Del resto la nostra incongrua apparizione – quasi fossimo sbucati da un'altra dimensione – in molti punti della Serbia ha dato origine alle più svariate ipotesi di cui racconteremo solo le più divertenti: 1) siamo due attori che si sono persi (a proposito, in questa stessa zona abbiamo incontrato ben due controfigure – cascatori – che hanno lavorato con registi italiani); 2) siamo due boscaioli: una donna su un sentiero molto seriamente ci ha chiesto se potevamo portarle giù dei tronchi dal bosco... e non è stata l'unica!

Il rito della grappa

Una sera abbiamo avuto la fortuna di assistere alla distillazione della rakija (grappa), attività assolutamente lecita cui tutti si dedicano con passione. A noi è sembrato di assistere a un rito ancestrale, primitivo, la magica trasformazione di qualcosa di solido (pere, in questo caso) in uno spirito liquido con l'aiuto di un terzo elemento, il fuoco.

Erba e pecore non mancano

Scendendo dalla montagna, puntiamo alla prima casa del paese di Vzelo per chiedere dove possiamo mettere la tenda: numerosi alti covoni di fieno e un pastore con le pecore sono segni rassicuranti, e l'erba per i cavalli intorno non manca.

L'attesa della giusta gradazione...

è quasi sera e non c'è tempo da perdere. Entro nell'aia dove tre uomini sono affaccendati intorno a una rudimentale stufa e non capisco cosa stanno facendo. Il più vecchio mi viene incontro e mi stringe la mano come se mi avesse aspettato. Certo che possiamo mettere la tenda lì, mi dice. Poi quando siamo sistemaci ci invita ad assistere al rito da vicino, al posto d'onore degli ospiti (gosti): alcune sedie davanti al calderone-alambicco dove si avvicendano varie persone del paese per dare un parere sulla nuova rakija. Ma è solo il vecchio della casa che decide – con un assaggio – se la gradazione raggiunta è quella giusta. Il processo dura due ore fino a notte fonda: l'importante è che il fuoco venga mantenuto vivo.

La famiglia Vijobran a Vzelo

4- Storie di Stara Planina

Hiza Ciumerna, 11/9/2005. Scrivo da un rifugio (hiza) di montagna della Bulgaria, a 1500 metri di quota, su quella catena centrale che si chiama Stara Planinà ed è come la spina dorsale della nazione, poiché la divide nettamente in due parti, con un andamento perfetto da Ovest a Est fino al Mar Nero.

Sul crinale della Stara Planinà

Sono quasi 15 giorni che cavalchiamo stando sempre in quota, seguendo grosso modo il grande percorso escursionistico chiamato Kom-Emine dai suoi due punti estremi: il monte Kom al confine con la Serbia e il promontorio Emine sul mar Nero a nord di Burgas dove la catena montuosa, ormai stemperatasi in colline, trova la sua fine come promontorio roccioso sul mare. Noi a cavallo abbiamo dovuto fare degli aggiustamenti di tiro scendendo qualche volta a valle per comperare i cereali necessari ai nostri destrieri che, pur trovando di loro gradimento l'erba del Balkàn (così viene ovunque chiamata la montagna), non potevano certo continuare il viaggio con una dieta troppo povera di calorie.

Il Rifugio (Hiza) Ciumerna

Il grande rifugio se ne sta solitario nella radura erbosa circondata dal fitto bosco di faggi. E' domenica ma non ci sono gitanti né escursionisti. In questi ultimi giorni gli unici frequentatori dell'alta via siamo noi e una coppia di inglesi grintosi con due zaini immensi, perché qui in Bulgaria non è previsto che i rifugi facciano da mangiare per gli ospiti e ognuno deve portarsi sulla schiena le proprie cibarie. Per noi è stata fatta tuttavia un' eccezione...

Con Ivan il custode

Ivan, il custode (hizar) di Ciumerna, ci aspettava: è già da un po' infatti che si è sparsa la voce (via radio) da rifugio a rifugio che ci sono due italiani che percorrono l'alta via a cavallo. Ci chiama a gran voce e ci viene incontro sorridendo, e ci dice subito di amare molto i cavalli. Ivan è una figura un po' anomala tra i riservatissimi bulgari che abbiamo conosciuto finora: sulla cinquantina, capelli cortissimi e, stranezza, un orecchino a cerchietto, sa parlare un po' di inglese e lo fa volentieri, senza farsi pregare. Con lui cogliamo l'occasione per verificare alcune sensazioni che ci hanno accompagnato in tutto questo periodo in cui abbiamo parlato esclusivamente un bulgaro maccheronico. Zivot je borba – la vita è lotta, ci aveva detto una pensionata il primo giorno e Ivan aggiunge che sì, adesso la vita è veramente molto dura per tutti non solo per le condizioni materiali (i prezzi di ogni cosa, per quanto a noi sembrino bassi, se rapportati a una paga o a una pensione media sono carissimi) ma anche per quelle psicologiche, perché i bulgari vivono la loro attuale condizione di povertà con amarezza e sfiducia nel futuro, e perché la tensione per la sopravvivenza quotidiana li ha resi introversi e diffidenti.

Con Ivan a Ciumerna

Dopo un giorno di riposo a Kalotina, a ridosso del confine serbo-bulgaro, ci siamo messi in marcia il 26 agosto con uno splendido sole che faceva scintillare persino l'acqua color cioccolato del Nisav nella gola a fianco della tortuosa strada di montagna. La quiete dopo la tempesta, ingannevole sensazione di un mondo in ordine: solo tre giorni prima, quando eravamo ancora in Serbia, c'erano state grandi inondazioni in un vasto territorio a Est di Sofia.

Contrasti bulgari

Seguendo il monaco

Siamo diretti al monastero di Rasboishki che dall'alto ci appare all'improvviso come un presidio quasi fortificato in una radura sotto la parete rocciosa, in un'ansa del Nisav.

Il monastero di Rasbojshki

La chiesa, piccolissima, costruita in alto in una nicchia e raggiungibile solo con un'erta scalinata è quasi un eremo e le candele accese la riempiono del profumo della cera. Sarebbe bello fermarsi ma è solo mattina, vorremmo continuare, ma il Nisav in piena ha reso impraticabile il guado per raggiungere l'altra sponda, e non vi sono altri passaggi. Imperturbabile il monaco che ci ha fatto da guida ci indica la via: il ponte ferroviario che con un paio di arcate supera il canyon. Lo seguiamo con i cavalli alla mano e il cuore in gola sperando che conosca l'orario dei treni. Giunto a metà del ponte il monaco si gira e torna indietro salutandoci allegramente con la mano: per noi sono i minuti più lunghi, camminando sulle traversine, finché non siamo in salvo dall'altra parte...

La chiesa nella roccia

Nei giorni successivi passiamo la regione più colpita dall'inondazione: Novi Iskar, Jablanica, Bojkovec, e iniziamo una serie di attraversamenti delle catene secondarie che si dipartono da quella principale: alti passi su piste forestali dove l'acqua ha scavato profondi solchi e voragini.

Un percorso di cresta

“Pres Balkàn”, attraverso la montagna, è la parola d'ordine quando chiediamo la strada in fondo valle oppure ai pastori che per fortuna incontriamo spesso nei pascoli con i loro animali: mucche, pecore, capre e anche cavalli, messi in riga dai grossi e ringhiosi cani di razza Stara Planinà (per l'appunto). Per fortuna i metodi convincenti conosciuti dai nostri cavalli per tenere a bada i cani invadenti ci concedevano una certa tranquillità nelle laboriose richieste di spiegazioni.

Cappuccino con Zucchero

Nel tardo pomeriggio di martedì 6/9 approdiamo al nostro primo vero rifugio, la hiza Taza, 1515 m, in un immenso anfiteatro erboso dove sotto un cielo cupo pascolano migliaia di animali, ma di esseri umani nemmeno l'ombra.

L'anfiteatro di hiza Taza

Dal rifugio, presidiato da due cagnacci abbaiosi, uno legato alla catena e l'altro libero, trapela una fioca luce. Aspettiamo pazientemente senza scendere di sella e solo dopo un bel po' compaiono due uomini e una donna dall'aria stupita, senza dire una parola. Nel mio bulgaro stentato cerco di spiegare alla donna chi siamo ma non è lei la custode: è il tizio che se ne sta muto più in disparte. Alto, magro, con i capelli a spazzola, rassomiglia in modo incredibile al replicante Leon nel film Blade Runner, e indossa una tuta rossa con sul petto una grande scritta: CAPPUCCINO, the italian way to fashion. Il primo impatto è spiazzante, la prima risposta sembra negativa: non si possono tenere lì i cavalli, e non c'è niente da mangiare. Ma lentamente il custode si ammorbidisce e alla fine promette persino di prepararci qualcosa da mettere sotto i denti (“Ma solo poco” - “Alc al è alc”, eccetera, non potendo dirglielo in friulano cerco di esprimergli il concetto in bulgaro). Durante tutta la serata il replicante quasi non ci rivolge la parola, ma all'improvviso una musica ben nota riempie il rifugio: le canzoni di Zucchero!

Sole del mattino a hiza Taza

Solo al mattino seguente per qualche minuto riesco a parlare con lui, scoprendo la dura realtà che già intuivamo: Angel (questo il suo nome), come tutti gli hizari che conosceremo in seguito, è un dipendente statale e la sua misera paga è di 150 lewa (75 Euro) per vivere qui giorno e notte, estate e inverno. La sua famiglia vive a Ruse, sul Danubio, a 200 km da qui, ma lui ama la montagna e questo lavoro tutto sommato non gli dispiace, tuttavia il paese più vicino è a 25 km di pista di montagna e la benzina costa carissima (1 Euro al litro), cosicché le sue scorte sono limitatissime e i pochi frequentatori comunque si portano tutto da casa. Lo ringrazio per le canzoni di Zucchero e allora Angel si mette la mano sul cuore e uscendo per un attimo dalla sua scorza ruvida mi confessa di amare tanto la musica italiana. Quasi pentito di tanto trasporto, con queste parole mi congeda.

Pascoli sommitali sulla Stara Planinà

Nostalgia del passato

Oltre il passo di Shipka, coronato da un obelisco alto 31 metri che ricorda la vittoria delle truppe russo-bulgare sui turchi nel 1877, un altro altissimo monumento svetta nel cielo come un missile su una rampa di lancio: è stato costruito nel 1981 sulla cima del monte Buslushda (m 1440) per commemorare i 90 anni della costituzione del partito socialista bulgaro. Sull'alta via, non molto lontano da questa costruzione quasi extraterrestre, casualmente ci fermiamo al rifugio Mladost (Giovinezza). La grande costruzione a 4 piani infatti è stata costruita nell'arco di 11 estati dalle brigate volontarie degli studenti e degli insegnanti di una scuola professionale di Kasanlak . Ora, vuota e piuttosto malandata, oltre al custode ospita per una settimana un paio di artigiani e due insegnanti volontari che si occupano della manutenzione più urgente. Ci invitano a mangiare insieme a loro e, caso o studio, dallo stereo escono le note dell'Internazionale che riempiono la vasta sala da pranzo.

Foto di gruppo a hiza Mladost

Brindando e cercando di conversare con qualche brandello di tedesco, dalle parole degli insegnanti e del custode traspare chiaro l'orgoglio per l'opera realizzata dalla scuola in passato e la nostalgia per i tempi migliori vissuti; sul cambiamento tuttavia non si sbilanciano, dicono solo “è stato troppo brusco”. E il futuro? “Vedremo”.

Tramonto sulla Stara Planinà

E poi ancora altri rifugi: hiza Mazalat, hiza Uzana, hiza Predela sul passo Republikata, hiza Bukovec, fino ad arrivare qui a Ciumerna. Il sentiero Kom-Emine, perfettamente segnalato in bianco-rosso-bianco, percorre per decine di km boschi di faggio apparentemente senza fine, ora più fitti ora più radi, con piante maestose e diritte. All'inizio quasi noioso per noi abituati ai continui cambiamenti di paesaggio delle nostre montagne, dopo alcuni giorni diventa sempre più affascinante perché l'occhio si è abituato a cogliere le differenze tra pianta e pianta, ad apprezzarne le individualità, a immaginarsi storie fantasiose di alberi parlanti. Cominciamo a sentire il bosco come qualcosa che ci protegge, quasi come una nicchia, e solo in qualche raro momento ci sorprendiamo a pensare a quanto questi posti siano solitari e deserti e ormai tanto lontano da casa.

5- Nell'orto di Ismail

Nessebar (Bulgaria), 19 settembre 2005. Ed eccoci qua alla meta, lo abbiamo alla fine raggiunto il mar Nero, due giorni fa, in una giornata di mezza bufera con tanto di cielo scurissimo e cavalloni. Scrivo – che strano – da una stanza al settimo piano di un albergo balneare, dove siamo ospiti non paganti del proprietario Mr. Stanko Dimitrov, un nostro ammiratore bulgaro che in modo obliquo, casuale e un po' misterioso, dopo averci fuggevolmente incontrato due settimane e molti km fa, in nome del comune amore per i cavalli (pensiamo) ha deciso di omaggiarci di tre giorni di pensione completa al capolinea del nostro viaggio: noi all' Hotel Hawaii e Sebiba e Terek nel suo maneggio non troppo lontano. Ma Stanko non è qui e non possiamo nemmeno ringraziarlo di persona: che siamo suoi ospiti lo abbiamo saputo da Boris, il direttore dell'albergo, che passa ogni minuto libero dagli impegni di lavoro ad accudire e coccolare la sua cavalla Vasa, portandole mele, carote e altre equine leccornie.

Cielo nero sul mar Nero

Tentiamo di fare un bilancio del viaggio, di questi ultimi giorni, del nostro arrivo sul mare. Non è facile, ogni tappa è stata carica di sensazioni contrastanti, di conoscenze affascinanti e spiazzanti. Ora l'avventura a cavallo è finita e ci resta solo il lungo ritorno verso casa con un mezzo veloce (auto più rimorchio per i cavalli) che in pochi giorni mangerà la strada che noi abbiamo percorso in più di due mesi in sella, 70 giorni per l'esattezza, soste settimanali comprese. Accantonata l'idea di scendere in Grecia sull'Egeo, ci siamo lasciati portare dal sentiero Kom-Emine e dopo aver passato quasi venti giorni in montagna siamo sbucati qui, nella Rimini bulgara, in una frenesia di negozi, alberghi e cemento. La speculazione edilizia negli ultimi due anni è esplosa inarrestabile, creando 20.000 nuovi posti letto e disseminando di cantieri, costruzioni incompiute e architetture pretenziose e stonate questo tratto di costa già supersfruttato ai tempi del comunismo, quando era la perla del turismo balneare dei paesi dell'est europeo. E le vestigia antiche di Nessebar, la Messembria dei greci, su una penisoletta che si protende nel mare, scompaiono invase da un gran bazar di ricordini e chincaglieria. Il tempo ha ricominciato a scorrere veloce e non è più sospeso come nei boschi di faggi di Stara Planinà.

La spiaggia di Nesebar e in lontanaza la città antica

Con il dizionario in tasca

Dopo 25 giorni di permanenza in Bulgaria il mio bulgaro è molto migliorato, tanto da farmi ricevere continui e talora anche sperticati (ma infondati) complimenti. Si è trattato in realtà di un progressivo slittamento avvenuto sulla base di una mia originaria conoscenza dello sloveno, dovuta a un paio di corsi serali a San Pietro al Natisone. Ma guai se ora la mia insegnante mi sentisse parlare in questa fantasiosa commistione di lingue slave! Sullo sloveno parlato nella prima parte del viaggio ho innestato un bel po' di parole serbe pescate nel dizionarietto tascabile, strumento fondamentale di comunicazione e simpatico giocattolo che ben dispone gli interlocutori. Ero appena riuscita a cavarmela decentemente in serbo che ecco siamo già al confine bulgaro: archiviato un vocabolario si tira fuori l'altro e nelle lunghe ore in sella si inizia lo stesso laborioso procedimento, con l'unico inconveniente che la mia mente ogni tanto si ribella e non sa più da che lingua sta tirando fuori le parole.

Il bulgaro è una lingua piena di parole dal suono armonioso, spesso accentate sull'ultima sillaba. A noi quelle che piacciono di più sono “dobré”, cioè bene, termine per altro molto utile, e “taralés”, riccio, che invece non serve a nulla ma ha un suono bellissimo, oltre all'onnipresente “aide, aide” che corrisponde al nostro “dai, vieni,forza”. Questo della lingua è un problema serio perché abbiamo raramente trovato persone che parlassero inglese o francese o tedesco, con cui fosse quindi possibile una conversazione non superficiale che ha bisogno di sfumature, condizionali e frasi ipotetiche, espressioni per indicare sentimenti complessi.

Gesti bulgari

Un' altra cosa che ti spiazza per settimane intere fin che non riesci a interiorizzarla un pochino è la maniera tutto bulgara di scuotere la testa per dire di sì e di muoverla in senso verticale per dire di no, gli stessi gesti che per noi hanno inequivocabilmente il significato contrario. Se poi al falso “no” si accompagna un largo sorriso la confusione è massima e il malinteso è assicurato.

La nostra sensazione è che la condizione economica influisca anche sul desiderio di comunicare: chi ha un lavoro discreto o ancor meglio un'attività commerciale indipendente (un negozio, un alberghetto), creata di solito con i risparmi di un lavoro all'estero, si sente più sicuro e si apre maggiormente, parlando in bulgaro se non conosce un'altra lingua, ma sforzandosi in ogni modo di farsi capire con gesti, mimica, ripetizione del concetto con altre parole.

Una valletta idilliaca

Da quando la Bulgaria è stata esposta al ruvido vento del capitalismo e del mercato globale sono passati 15 anni e molti diversi governi, ma la situazione economica è rimasta critica, portando con sé sfiducia, disillusione e amarezza. La crisi bancaria del 1996-97 e la successiva iperinflazione sono state il momento peggiore, da cui il paese va riemergendo lentamente; del prossimo ingresso della Bulgaria nell'UE si parla solo con scetticismo e con pessimismo. E poi corruzione, mafia, povertà, spopolamento della montagna, necessità di emigrare: chi parla con noi tocca sempre questi temi e lo fa in modo sconsolato. “Niama pari”, non ci sono soldi, oppure “la Bulgaria è un paese rapinato”.

Il giovincello impara il mestiere...

Anche il silenzio della strada è una conseguenza della crisi: a parte le strade principali, su tutte le altre di macchine ne passano pochissime, la benzina costa troppo, e così viene meno quel rumore di fondo onnipresente che accompagna la nostra vita occidentale, lasciando spazio al ronzio degli insetti e al suono ritmico degli zoccoli equini. Chi deve spostarsi in campagna ritorna a usare carri trainati da cavalli e asini, che traggono la loro energia non dal petrolio ma dall'erba, disponibile ovunque gratis in grande quantità. Ogni tanto questo traffico equino crea qualche diversivo imprevisto come quando ci troviamo a passare accanto a una fontana in una grande piazza polverosa. E' l' ora dell'abbeverata mattutina e c'è un vivace traffico di carretti trainati da cavalli e da asini. In questo alacre movimento si inserisce lo scompiglio portato da uno stalloncino sfuggito al suo padrone. Il focoso puledro cerca di circuire Sebiba, in un gran polverone tutti i presenti cercano di allontanarlo e di acchiapparlo ma il cavallo è furbo e non si lascia avvicinare, creando per una decina di minuti un gran parapiglia, finito per fortuna in un nulla di fatto.

Ospiti di Ismail

Negli ultimi due giorni di viaggio capitiamo nella zona di Ajtos in cui vive una considerevole minoranza turca. Ecco una donna con i tipici pantaloni che lava un tappeto a una fontana, un minareto in lontananza, la voce del muezzin, e anche un diverso e più aperto modo di salutare per strada o di chiederti incuriositi da dove vieni. La sera di venerdì 16 settembre, penultimo giorno di viaggio, ci fermiamo davanti a un piccolo negozio e chiediamo dove possiamo mettere la tenda per la notte e comprare fieno per i cavalli. Un uomo – Ismail - si alza e ci dice: seguitemi! Con il suo passo leggermente zoppicante ci porta in fondo al paese fino a un campo recintato dove pascolano le sue pecore. Ecco, ci dice, mettetevi pure dove volete, è tutto per voi, e con naturalezza si accoccola per terra e in modo discreto ci fa compagnia mentre piantiamo la tenda e disselliamo i cavalli. Poi quando abbiamo finito, aide, ci dice, e con un gesto eloquente ci invita a sederci per terra pure noi, lì assieme a lui.

Il caffè insieme a Ismail, Aisha e Jasmina

Le nipoti Aisha e Jasmina arrivano dalla casa di fronte e camminando con attenzione sul terreno sconnesso portano un vassoio con tre tazzine di caffè e un piattino di biscotti, lo appoggiano per terra con delicatezza e sono felici di farsi fotografare insieme a noi. Poi Aisha mi accompagna a fare la spesa in un negozietto: è un'attività consueta, naturale, e in sua compagnia mi pare quasi di essere a casa, mi sembra che le strade sabbiose di questo paese siano ormai un po' anche mie. Sorge la luna piena e noi siamo ancora lì, seduti per terra, a bere birra e a mangiare con Ismail, in una strana conversazione in bulgaro con lunghe ma non imbarazzanti pause di silenzio.

Anche stasera splende la luna e il mare è tutto d'argento, però ci sentiamo stranamente a disagio e non sappiamo nemmeno apprezzare adeguatamente il regalo di Stanko. Il fatto è che dopo due mesi e mezzo di vita nomade, di non sapere la mattina dove dormiremo la sera, ci sembra molto strano che adesso il viaggio sia finito, anche se ce n'è ancora una parte cospicua prima di essere a casa, non in sella però ma al volante. Essere arrivati casualmente qui, dove la nostra dimensione di viaggiatori inattuali si incrocia con quella del turismo di massa, è stato uno shock.

Terek tra le onde a Nesebar

Ci rendiamo conto che assai più di questo finale sul mar Nero è stato l'incontro con Ismail, con la sua semplice ospitalità, a concludere nel modo più vero il nostro andare verso Oriente.